Veronica: ecco i dettagli degli incontri sessuali con il suocero

1599839_loris_nonno_veronicaVeronica Panarello ha fornito i dettagli dei suoi incontri con Andrea Stival per dimostrare che quanto da lei affermato è vero. La donna accusata dell’omicidio del piccolo Loris, come rivela il settimanale Giallo, avrebbe raccontato ogni dettaglio durante l’ultimo interrogatorio.La Panarello racconta anche di essere stata a conoscenza di alcuni problemi molto intimi del suocero e di averlo accompagnato dall’urologo per una visita.

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I tabulati delle telefonate nel cellulare di Veronica hanno mostrato i contatti frequenti tra lei e il suocero, ma gli avvocati di Stival hanno sostenuto, a sua difesa, che sarebbero stati tutti di giorno e si sarebbero intensificati perché la figlia era andata a vivere con il fidanzato, nel maggio del 2014.

I poliziotti torturano un aspirante kamikaze: “Fallo strisciare e uccidilo” in un video choc

Uomini con indosso le divise delle forze di sicurezza, della polizia afghana, compaiono in un video diffuso sui social media mentre torturano un giovane, un presunto «aspirante attentatore suicida». Nel filmato compaiono uomini in divisa e uomini avvolti in abiti tradizionali. Il giovane, con le mani bloccate, viene legato con un pezzo di stoffa stretto attorno alle braccia a un pickup delle forze di sicurezza.

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«Fallo strisciare e uccidilo», dice – secondo l’agenzia di stampa Dpa – un uomo con indosso la divisa della polizia all’autista del mezzo mentre gli altri stanno a guardare. Il pickup trascina il giovane per una trentina di metri lungo una strada deserta e poi si ferma. Al giovane non vengono risparmiate botte e calci.  Questo, secondo la Dpa che riporta informazioni del ministero dell’Interno di Kabul, è quello che avviene nel distretto di Panjwai, nella provincia di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan. Il portale di notizie afghano Khaama Press parla di un video «raccapricciante». Non è chiaro a quando risalga il filmato, che si conclude con il giovane che viene fatto salire a forza sul pickup. Su Facebook un utente accusa esplicitamente la «polizia di Kandahar».  Il ministero dell’Interno di Kabul ha parlato di un incidente «collegato alla polizia» e, scrive la Dpa, ha chiesto alla polizia di Kandahar di fare luce su quanto avvenuto. «Soggetti non identificati hanno torturato un uomo che sarebbe stato un aspirante attentatore suicida», affermano dal ministero.  Najib Danish, uno dei portavoce del dicastero, citato da Khaama Press, ha denunciato un «atto brutale» commesso da «irresponsabili uomini armati», ma ha escluso «il coinvolgimento di personale della sicurezza». Spesso in questi anni è finita nel mirino la Polizia locale afghana (Alp), milizia creata dagli Usa nel 2010 nel tentativo di sconfiggere gli insorti.  Un rapporto dell’International Crisis Group (Icg) della scorsa estate denuncia come l’Alp, su cui il governo di Kabul fa affidamento per garantire la sicurezza in varie aree dell’Afghanistan, abbia piuttosto «esacerbato il conflitto» in diverse zone del Paese. Tra gli agenti dell’Alp non mancano afghani accusati di crimini di guerra, abusi, violenze, rapimenti, estorsione, traffico di droga ed esecuzioni extragiudiziali.

Miss picchiata e presa a calci dal compagno: la Cassazione conferma la condanna a 8 anni

Confermata, dalla Cassazione, la condanna a otto anni di reclusione per lesioni gravissime a carico di Antonio Caliendo che il 12 maggio del 2013, per motivi «futili e abietti» di inescusabile gelosia «punitiva», trascinò a terra la sua compagna Rosaria Aprea, miss di bellezza campana, e le diede un calcio che le spappolò la milza.

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Le motivazioni del verdetto della Suprema Corte – emesso lo scorso 16 dicembre – sono state pubblicate oggi dalla Quinta sezione penale nella sentenza 6892 che ha respinto tutti i tentativi dell’imputato di ottenere una riduzione della condanna inflittagli dalla Corte di Appello di Napoli, il 13 maggio 2015, e conforme a quella emessa con rito abbreviato dal gup. La difesa di Caliendo si è lamentata per il diniego delle attenuanti generiche e per l’entità della pena, e ha anche chiesto che la gelosia «punitiva» dell’imputato – che in passato aveva già picchiato la ragazza – non fosse considerata come un motivo «futile e abietto» che costituisce una aggravante, ma fosse valutata come gelosia «pura» che seppure collegata «ad un abnorme desiderio di vita in comune» non aggrava i comportamenti dolosi. Ad avviso degli ‘ermellinì, la Corte di Appello ha dato atto «in maniera esauriente delle ragioni per cui nel caso concreto la gelosia doveva essere intesa» come «punitiva» integrando «l’aggravante dei motivi abietti».  La Cassazione ricorda il «costante atteggiamento ossessivo da parte dell’imputato che per un consistente periodo aveva impedito alla donna di avere relazioni sociali, di frequentare amiche, di coltivare i suoi interessi e le possibilità di lavoro, come nel caso della costrizione, ancora una volta violenta, ad abbandonare un concorso di bellezza». «A completare la disamina del ricorrere della gelosia intesa come senso di proprietà della persona, la decisione di appello – sottolinea la Cassazione – ha ripercorso le terribili modalità dell’aggressione che, in coerenza con i comportamenti precedenti, potevano appartenere solo a chi si fosse sentito, in sostanza, padrone della persona oggetto del suo desiderio».  La Cassazione inoltre, nel valutare la gravità del comportamento di Caliendo, rileva che l’uomo aveva abbandonato la ragazza dopo averla picchiata già a terra, nonostante fosse «molto dolorante», non aveva manifestato alcuna «resipiscenza», non aveva risarcito il danno ed aveva usato «crudeli modalità». Questi elementi hanno impedito la concessione delle attenuanti generiche e legittimato la pena quasi ai massimi di legge. Nel cestino, è finito il tentativo della difesa di Caliendo di sostenere che alla ragazza poteva essere spuntata una «milza accessoria» e che quindi l’organo non era stato del tutto leso.

Barbara De Rossi truffata dal falso avvocato: “Sottratti 50 mila euro”

Truffa, falsità in scrittura privata e materiale. Con queste accuse è finito sotto processo un uomo, 50enne, che spacciandosi per avvocato, era riuscito a raggirare l’attrice Barbara De Rossi, facendosi consegnare 50mila euro.  La vicenda risale al 2012 quando l’attrice aveva deciso di far valere i propri diritti, denunciando alcuni giornalisti per diffamazione.

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A convincerla era stato proprio quell’uomo che, al momento di conoscersi, si era presentato spacciandosi per avvocato.  Il 50enne, infatti, conquistata la fiducia della star, aveva deciso di alzare il tiro paventando un maxi risarcimento che, in tempi brevissimi, i gruppi editoriali sarebbero stati obbligati a pagare. Così l’attrice aveva accettato di adire a vie legali e l’uomo, in un’interpretazione degna di un film da oscar, aveva iniziato a recitare la parte del legale di grido.   Per la causa, chiedeva un «onorario pari al 10% del futuro risarcimento» e, a più riprese, si faceva consegnare somme di denaro, per un totale di oltre 50mila euro, per spese varie fra cui «una consulenza tecnica» con cui la vittoria sarebbe stata certa.   Continuando la sua interpretazione, l’uomo produceva alcune carte, rivelatesi false, attestanti il procedere della causa. Ma il tempo passava e del maxi risarcimento nessuna traccia, convincendo l’attrice a sporgere denuncia.